Il biotech italiano negli Stati Uniti: da Miami a San Diego una filiera che unisce ricerca e industria
Tra Miami e San Diego a giugno l’Italia ha portato negli Stati Uniti due rappresentazioni diverse ma complementari del proprio ecosistema delle scienze della vita. Da una parte il World Health Expo di Miami, dedicato alle tecnologie medicali, alla diagnostica e alle soluzioni per ospedali e cliniche. Dall’altra la BIO International Convention di San Diego, uno dei principali appuntamenti mondiali per biotech e industria farmaceutica.
A dare la misura della rilevanza di questi comparti sono innanzitutto i numeri. Il settore italiano dei dispositivi medici vale quasi 19 miliardi di euro, coinvolge oltre 4.600 imprese e più di 130.000 addetti. Le scienze della vita, nel loro complesso, rappresentano oltre il 10% del PIL nazionale, mentre l’export italiano del settore ha raggiunto 52 miliardi di euro annui dopo una crescita del 60% in cinque anni.
Due fiere diverse per pubblico e specializzazione, ma unite dalla capacità italiana di trasformare ricerca scientifica, manifattura avanzata e competenze tecnologiche in soluzioni applicate alla salute. Le missioni hanno restituito la fotografia di un’intera filiera: aziende consolidate e startup, università e centri di ricerca, produttori, fornitori di servizi, cluster territoriali e agenzie impegnate nell’attrazione degli investimenti. È in questo percorso che Blum ha lavorato al fianco dell’Ufficio Italian Trade Agency di Los Angeles, curando la comunicazione e le media relations delle due missioni sulla stampa italiana e internazionale.
A Miami, il medtech italiano tra diagnostica, AI e medicina digitale
Al World Health Expo 2026, che si è svolto dal 17 al 19 giugno, il Padiglione Italia ha riunito sedici realtà attive in segmenti molto diversi della tecnologia medicale. Le soluzioni presentate sono andate dall’intelligenza artificiale applicata alla gestione delle richieste dei pazienti alla telemedicina, dai dispositivi portatili per il neuroimaging alla diagnostica oncologica basata su microonde non ionizzanti. Accanto a queste, hanno trovato spazio tecnologie per la medicina rigenerativa, il monitoraggio cardiopolmonare, la neuroriabilitazione, la salute femminile, la chirurgia e la sedazione digitale attraverso la realtà virtuale.
La varietà della delegazione ha restituito bene la struttura del comparto italiano: un settore diffuso, composto in larga parte da piccole e medie imprese, ma capace di sviluppare prodotti altamente specializzati e di competere sui mercati internazionali. Nel 2025 il mercato italiano dei dispositivi medici ha raggiunto un valore vicino ai 19 miliardi di euro, con oltre 4.600 imprese e più di 130.000 addetti. Circa il 94% delle aziende del comparto è costituito da PMI, mentre l’Italia è il terzo mercato europeo per dimensioni dopo Germania e Francia.
Anche la vocazione internazionale è significativa. L’export italiano di dispositivi medici ha superato i 6 miliardi di euro l’anno e gli Stati Uniti si sono confermati il primo mercato extraeuropeo, con esportazioni pari a circa 861 milioni di euro nel 2024. WHX Miami, che ha riunito oltre 15.000 professionisti e 1.300 espositori provenienti da più di 120 Paesi, ha rappresentato quindi una piattaforma particolarmente rilevante per mettere in contatto produttori italiani, distributori, operatori sanitari e partner commerciali dell’intero continente americano.
A San Diego, tutta la complessità delle life sciences italiane
Pochi giorni dopo, a San Diego, la partecipazione italiana alla BIO International Convention ha mostrato un ecosistema ancora più ampio. Il Padiglione Italia non ha riunito soltanto imprese biotech e farmaceutiche, ma una rappresentazione estesa della filiera: realtà attive nella ricerca preclinica e nella scoperta di nuovi farmaci, CRO e CDMO che accompagnano lo sviluppo e la produzione conto terzi, aziende specializzate in servizi regolatori, proprietà intellettuale, packaging e distribuzione.
Accanto alle imprese hanno preso parte all’evento cluster regionali, parchi scientifici, fondazioni di ricerca e agenzie territoriali dedicate all’attrazione di investimenti. Soggetti diversi, ma complementari, che hanno mostrato come l’ecosistema italiano delle life sciences si costruisca attraverso la connessione tra università, ospedali, industria, startup e capitale internazionale.
La delegazione ha portato a San Diego tecnologie per la drug discovery, modelli organ-on-a-chip per test farmacologici più predittivi, simulazioni in silico, digital twin e applicazioni di intelligenza artificiale per accelerare lo sviluppo dei farmaci. A queste si sono aggiunte competenze in vaccini genetici, immunoterapie oncologiche, medicina personalizzata e servizi per l’accesso al mercato europeo.
La composizione della missione ha raccontato una caratteristica importante del sistema italiano: non una singola specializzazione, ma una filiera capace di presidiare fasi diverse del processo, dalla ricerca di base all’industrializzazione, fino ai servizi necessari per portare un prodotto sul mercato.

I primati italiani e il peso dell’export
Le scienze della vita rappresentano oltre il 10% del PIL nazionale e si confermano uno dei comparti italiani con la maggiore capacità di competere sui mercati internazionali. L’Italia è risultata prima nell’Unione Europea per valore della manifattura farmaceutica CDMO, con una quota pari al 24% del totale, ed è prima in Europa e seconda al mondo per produttività brevettuale, misurata attraverso il rapporto tra domande depositate e brevetti concessi.
Anche i dati sull’export mostrano la profondità della filiera. Negli ultimi cinque anni le esportazioni italiane nelle scienze della vita sono cresciute del 60%, raggiungendo i 52 miliardi di euro annui. Gli Stati Uniti sono il primo mercato di destinazione per il pharma italiano, raggiungendo un valore di 15,7 miliardi di euro nel 2025, segnando una crescita del 54% rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo, l’export biotech verso il mercato statunitense ha toccato i 3,2 miliardi di euro. Il biotech ha inoltre rappresentato la principale componente delle esportazioni italiane ad alta tecnologia verso gli Stati Uniti, con una quota pari al 36,8%.
Sono numeri che spiegano perché appuntamenti come Miami e San Diego vadano letti oltre la dimensione fieristica. Per le imprese italiane, essere presenti ha significato costruire relazioni industriali e commerciali, incontrare investitori, confrontarsi con i grandi operatori internazionali e rafforzare il proprio posizionamento in un mercato decisivo.
Raccontare un ecosistema, non solo le singole imprese
La presenza italiana alle due manifestazioni è stata coordinata da Italian Trade Agency, con il coinvolgimento delle istituzioni nazionali e di una rete di partner industriali e territoriali. Blum ha affiancato l’Ufficio Italian Trade Agency di Los Angeles nella comunicazione delle due missioni, lavorando sulle media relations e sul racconto della partecipazione italiana sulla stampa nazionale e internazionale.
L’obiettivo non è stato soltanto dare visibilità alle aziende presenti, ma costruire una narrazione capace di restituire la profondità complessiva dell’ecosistema: il valore della ricerca, la qualità della manifattura, la varietà delle competenze e il ruolo dei territori nel mettere in relazione innovazione e impresa.
Perché, soprattutto in settori complessi come biotech e medtech, comunicare significa anche rendere leggibile una filiera. Mostrare come una tecnologia nasce, attraverso quali competenze si sviluppa, quali soggetti la portano verso il mercato e in che modo può generare valore economico e sociale.
Miami e San Diego hanno rappresentato, da questo punto di vista, due tappe della stessa storia: quella di un’Italia capace di essere competitiva nelle scienze della vita non soltanto attraverso singole eccellenze, ma grazie a un sistema articolato di imprese, ricerca e territori.

Il team di Blum alle fiere di giugno negli USA